AGNESE GALIOTTO

Gli Occhi Chiusi (Closed Eyes), 2023

Fresco, 60 square meters approx

Artericambi Gallery , Verona (IT)

 

Gli occhi Chiusi was a fresco by Agnese Galiotto at Artericambi gallery.
Fresh mortar and pigments bend together with the industrial architecture of the space, recounting the landscapes of a dreamlike Lessinia* region: the coring of an ancestral past or the projection of a far-off future that we humans can now only imagine with our eyes closed. 

At the end of the exhibition, some pieces of fresco have been removed by a team of restorers. Like fossils of the painting they compressed time, telling the story of a work that has been and that has been dismembered in space. The rest was destroyed.

*Lessinia is a mountainous area between Verona, Vicenza and Trento (Italy) characterised by human presence since the second millennium BC. Bird feathers that Neatherthals used to adorn themselves have been found in its caves. The oldest cave paintings in Europe, created by Sapiens and Neanderthals with natural pigments that are still used in painting today, can be found in these same places. The shape of the rocks and the numerous fossils found in Lessinia prove that 50 million years ago the area was covered by a warm sea inhabited by tropical species.

Exhibition text in Italian language

By Elvira Fiore

Da quando i cani non hanno più padrone, gli piace gironzolare nella cava abbandonata. Forse è l’odore di qualche carcassa ad attirarli, forse è il fresco che c’è sempre qui dentro, dove non entra mai il sole. Quando vanno alla cava, uno davanti e uno dietro, muso a terra e coda in aria, non si spingono mai troppo in là. Strisciano sotto la catenella che sbarrava l’accesso, e restano nella parte iniziale delle gallerie. Se il soffitto è crollato, pensano, potrebbe ricrollare. Passano il tempo a scavare con le zampe in mezzo a quelle montagne di calcinacci, in un silenzio di tempio. Le unghie che raspano e lo stridere dei cocci coperti di polvere, smossi forse per la prima volta da quando si sono infranti al suolo, rimbombano nelle gallerie. 

A volte, dal cumulo tirano via coi denti delle cose che non vedevano da tanto: vecchi indumenti impolverati, odorosi ancora di qualcosa, ma che li lascia in dubbio; sacchetti di plastica in cui infilano il muso, per leccarne le briciole e il sale; una bottiglia di vetro, che guardano scivolare lungo il pavimento della grotta, seguendo la sua pendenza, tintinnando. Ogni tanto alzano gli occhi al soffitto, e osservano le rondini che volteggiano, di cui da sempre sono invaghiti, come di tutte le bestie che sanno muoversi nel cielo. 


I cani, adesso, sono soli per la maggior parte del tempo. Camminano per le strade di montagna, giorno dopo giorno registrando il progressivo indurirsi del suolo man mano che arriva l’estate. Il sole è vicinissimo in certe ore del mattino e, come lucertole, essi si stendono al sole con gli occhi socchiusi, le orecchie piene del battito del cuore. Il canto degli uccelli e degli insetti si propaga nello spazio. 

Quando si risvegliano non sono più dei cani, ma dei coccodrilli, che se ne stanno immobili sotto il sole. Il loro corpo è pesante quando provano a trascinarsi in avanti: sembra loro di camminare sui gomiti, senza riuscire a sollevare la pancia da terra. Ai lati del muso vedono muoversi un paio di mani al posto delle zampe, con cinque dita spesse e unghiate che artigliano l’erba su cui si erano addormentati. Il sole alle loro spalle proietta sul prato le loro ombre gigantesche: la testa è grandissima e allungata, la schiena verrucosa, la coda è larga quanto un tronco d’albero. 

I due cani si guardano, e pensano che sia spaventoso quello che è successo. Riprendono il loro cammino sotto il sole calante, adesso molto più lentamente. La coda sferza i cespugli di sempreverde, spezza rovi irti di spine. La loro vista mette in fuga piccoli uccelli, che s’involano sbattendo le ali. 

Adesso, che non hanno più un padrone e non sono più dei cani, non sanno più tornare al posto da cui erano venuti. Si ritrovano in una piccola radura, dove i raggi del sole riescono a penetrare tra le cime degli alberi. Il vento si alza e poi si riabbassa, poi si rialza ancora, man mano che i soffi si uniscono e si separano in direzioni diverse. I coccodrilli si acquattano sotto un pino, si mimetizzano nel verde delle foglie con la loro corazza. Incastonati fra le palpebre, che, più che pieghe di pelle, sembrano bassorilievi di pietra, i loro occhi giallastri si guardano attorno in silenzio. 


Qualcosa si sta muovendo fra due alberi. I rami si sollevano e si piegano, alcuni fanno segno di spezzarsi. Due ragazzi, uno dopo l’altro in fila indiana, entrano nella radura scambiandosi poche frasi a voce bassa, come se fossero un po’ stanchi di parlare. Hanno degli zaini sulle spalle, che lasciano cadere mentre si siedono sul prato a gambe incrociate. Tirano fuori dagli zaini dei melograni, che spaccano con un coltello svizzero. Scavano dentro i frutti con le dita, ma tanti chicchi cadono e devono ricercarli in terra, cosa che all’inizio li diverte. Alla fine si annoiano di questa lunga operazione, e si stendono sul prato, lasciando dei melograni da pulire e altri aperti e ancora pieni di chicchi. Hanno le teste vicine, e le facce che sudano al sole. Dopo poco non si dicono più niente, sembrano già addormentati.

Sono gli insetti ad avvicinarsi per primi ai ragazzi addormentati, attratti dal dolce dei frutti e dal salato della loro pelle. Le api ronzano sopra i melograni spaccati, le mosche e le formiche gli camminano addosso, soprattutto sul collo e sulla faccia, provocando in loro dei piccoli scatti, che però non li fanno svegliare. Tutt’intorno svolazzano le ghiandaie, che si chiamano l’un l’altra con un verso stridulo, per poi planare al suolo e prendere nel becco un insetto o un chicco, dato che la scorza dei melograni chiusi è troppo dura da spaccare.

Una volpe si avvicina a passo svelto, con la coda piumosa che ondeggia, mentre gli uccelli si alzano in volo. Non è attratta dalla frutta ma dagli zaini abbandonati, dentro ai quali infila prima la testa, poi una parte del torso. Trova qualcosa, un sacchetto di plastica con dentro i resti di un pranzo, e tenendolo stretto fra i denti se lo porta gelosamente dietro un cespuglio. Mentre la volpe insinua il muso in una latta svuotata, altri cani, con la coda lunghissima e il manto tigrato, camminano dentro la radura. Si guardano un attimo attorno, annusano l’odore dei ragazzi addormentati, cercano col muso fra i melograni e fra gli zaini stazzonati, e poi vanno via.


I coccodrilli vorrebbero avvicinarsi ai due ragazzi, ma comincia a scendere la sera, e sentono di essere sempre più stanchi e di avere sempre più freddo. Continuano il cammino, scendendo piano piano giù dalla montagna, senza sapere bene dove andare. 

La vegetazione sta cambiando attorno a loro. Ora avanzano fra cespugli di erba scolorita, alberelli nani, fiori solitari che crescono in mezzo alle dune e vengono continuamente spazzati dal vento, che adesso gli spira forte addosso. Ascoltano la voce del mare, e sotto le zampe sentono l’umido e il freddo della sabbia. Arrivano alla riva e ci si immergono, la luna fa brillare le scaglie della loro corazza. Uno stormo di pesci volanti spicca un balzo oltre il pelo dell’acqua, e planando fra gli schizzi nasconde la linea dell’orizzonte per alcuni secondi. I due cani s’inabissano nel mare e si fondono con la sabbia. 

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